Riflessioni leggere

Una serie di pensieri e ricordi si affacciano stamattina nella mia testa ed un senso di malinconico languore. Non sono nemmeno sotto ciclo, quindi è cosa seria. Queste riflessioni oggi non saranno ignorate, come faccio spesso, per mia pace e quieto vivere. Da bambina raccoglievo i pensieri del giorno e aspettavo il buio della mia stanza a sera per farli scorrere, per fantasticarci sopra. Prematuri tentativi di riflessione. Oggi, mi assicuro che quando arriva il buio della camera da letto, il corpo sia sfinito per permettere alla testa di non pensare. Tardivi tentativi di lievità.

Mi sono ricordata di una gara in bicicletta di tanti anni fa. Vi partecipai con la mia Graziella blu, tutti gli altri erano in moderne mountain bike. Ricordo il senso di vergogna che provai e le parole di incoraggiamento di papà. Diceva di fregarmene di cosa pensassero gli altri e di divertirmi. Così feci allora e così ho tentato di fare tutta la vita. Oggi mi sento un po’ indietro però, perché mi sembra di pedalare la vita con una ruota sola. Pedalo e pedalo ma non arrivo alla meta prefissa. Il bello è che poi penso che una meta io non me la ero nemmeno data! Ma è un pensiero universale che gli anni passano e ci si chiede cosa si è tralasciato di fare. Mi consolo, ognuno è felice come può e infelice come non sa.

La passera di Figaro

Maestro Ciccio è il barbiere della città. Il suo salone è seminascosto in un vicolo cieco del centro storico. All’interno tre poltrone di pelle verde, datate 1915 e provenienti dalla Chicago di Al Capone. Come siano arrivate nell’entroterra dell’Italia meridionale è un mistero che Mestr’Cicc non vuole svelare. Diversi turisti gli hanno offerto cifre esorbitanti per acquistarle, ma lui, con mezza cicca spenta, a denti stretti, schiocca la lingua e risponde un secco “Noni”.

Su quelle poltrone Mestr’Cicc ha fatto il baffo a tutti.

Nel retrobottega c’è una tavola, con un nudo bulbo di lampadina appeso sopra. La vera maestria col rasoio Mestr’Cicc la dimostra qui, quando le vecchie comari, con il collo gonfio di finto contegno e desiderio, vi si sdraiano sopra. Pochi, sapienti colpi e via lu pilu dalle ascelle e dalla “natura”. Le persone semplici vivono con molta più naturalezza il godimento, il tradimento e la lussuria in genere. Il piacere si prende dove e come si può, senza preamboli o pudori.

Ma se c’è una cosa che il Maestro continua a non capire sono li femmini che si vogliono far tagghiari tutto lu pilu. L’amore è tanto più bello quando incolto.

Requiem e ricordi

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Si celebrava il funerale di Donna Mimina. Un funerale sentito, meridionale, a cui partecipava tutto il paese.

Nonostante si fosse abbandonata da un bel po’ la pratica delle chiangimorti (le prefiche) le comari del paese si sentivano in dovere di versare lacrime copiose e rumorose. In fin dei conti era morta la Farmacista, che con il prete, il medico ed il sindaco, rappresentava l’eccellenza a cui riverire. Nei due giorni precedenti, la morta era stata esposta dentro casa, secondo sue indicazioni. Era stato allestito il letto con il corredo migliore e Donna Mimina deposta su di esso con la camicia da notte più bella. Doveva sembrare come se dormisse e si potesse svegliare da un momento all’altro. Infatti la Farmacista aveva dato disposizioni non la si toccasse per due giorni e due notti. Temeva o auspicava in una sua finta dipartita.

I paesani sfilarono di fronte a Donna Mimina incessantemente.

-Matonna quantu sta bella!

-Veti veti sta proprio serena.

-Quiddu sorriso che tiene. Si vete proprio che si è liberata dallu dolore!

-Nà nà ma che colorito, bella fatta proprio sta, Recchiem eterna.

Il tutto in una profusione di segni della croce, carezze e baci sfiorati alla morta, come da migliore tradizione meridionale.

In un angolo appartato sedeva Titino, il figlio di Donna Mimina. Le donne lo guardavano con compassione.

“Cummà” fece una donna all’altra, “ti ricordi a quannu nacque Titino? Era scuru e gnoro come nu topolino”.

“Ca secondo te mi possu scurdari?” rispose l’altra impettita. “La buonanima di Donna Mimina a quannu lu vite alzò le braccia e disse: Oh Matonna dei Cieli, quanto è brutto, copritelo con lu lanzulo che pare nu zucculone”.

Jamaica

Nonno Nelson amava il gioco di carte ed il rum. Quando ubriaco, a tarda sera, doveva ritirarsi a casa, suo figlio lo aspettava all’ingresso del ponte. Era una struttura costruita precariamente e se non si stava attenti si poteva finire nel fiume di sotto.

Nelson possedeva tanta terra in Jamaica. Terra che dava sulla costa, bellissima, utile alla coltivazione della canna da zucchero. Per questa ragione era corteggiato dai ricchi signori che volevano acquistare questi appezzamenti a poco prezzo.

Un giorno venne invitato a discutere di affari da un gentleman, che lo ospitò per la notte in un albergo. Nonno Nelson non aveva mai visto tanto lusso, non aveva mai avuto il bagno, per giunta in camera. Non conosceva l’esistenza del water con sciacquone e gli parve un catino alquanto originale.

Il mattino seguente il gentleman chiese a Nelson se avesse trovato la camera di suo gradimento .

Egli rispose: “Oh si, tutto bellissimo, certo che mi sono dovuto piegare molto in basso per utilizzare l’acqua del catino e lavarmi la faccia”.

Pinuccio

Per un poppante non c’è nulla di più bello di un capezzolo roseo e spumoso di latte. Pinuccio ne sapeva qualcosa. Primo figlio di Teresa, per sei lunghi mesi si attaccò a quelle succulenti tette venate di azzurro.

La manna gli venne proibita quando Teresa rimase incinta per la seconda volta. Pinuccio si disperava e strillava così forte che la tetta veniva rimessa a sua disposizione per quietarlo. A nulla valsero i tentativi di intingere il capezzolo nel succo di limone o aceto. Pinuccio ciucciava tutto ma la gravidanza proseguiva e bisognava svezzarlo.

Un mattino di grande appetito, la boccuccia aperta e le manine bramose, Pinuccio in grembo alla mamma aspettava la sua poppata. Teresa slacciò il reggiseno e mise di fronte al figlioletto il capezzolo nero, tinto col carbone.

Sono passati 73 anni e Pinuccio ancora non riesce a bere il latte.

Sputo, scopino e pennello

La mia esperienza con le signore di servizio ha avuto fortune alterne.Quando avevo circa 2 anni, in casa ci aiutava Erminia. Il suo compito era badare a me e rassettare la casa quando mamma non c’era. In quel periodo si dovette fare dei lavori di intonaco, così si chiamò Giovanni il pittore. I due, con me piccina, passavano la mattinata da soli in casa. Tempo dopo, a gesti e suoni gutturali, feci capire a mamma che Erminia “tirava” la barba di Giovanni e a lui ridendo scappava di mano il “pennello”… Cuore di mamma licenzio’ entrambi in tronco e mi iscrisse all’asilo.

Diversi anni dopo, durante il mio soggiorno a Firenze, fu la volta di Viorika. Trovai il suo annuncio sul giornale locale. Mai vista prima e pagata a nero, iniziò a lavorare per me e per il mio compagno di allora, un ufficiale ligio alle regole che odiava l’evasione fiscale. Fissato con la sua uniforme, desiderava le camicie stirate a puntino, spalline per i tubolari e taschini lisciati a perfezione. Un giorno incredulo mi chiamò al lavoro per dirmi l’accaduto. Era rientrato a casa prima del previsto per un fuggifuggi al bagno. Nemmeno la potenza della diarrea e i calzoni abbassati poterono impedirgli di fermarsi a vedere la scena. Viorika era li che stirava le pregiate camicie e per inumidirle si aiutava con un bicchiere d’acqua che beveva e a mo’ di spruzzino sputava sulla stoffa. Diceva che era usanza di Romania e tuuutte donne fare così. 

A Londra non andò meglio. Si alternarono Giusele e Rocio, entrambe brasileiras. 

La prima mi dette un colpo al cuore quando la trovai a lavare lo scopino del wc nel lavandino dei piatti.

Rocio invece utilizzava la cucina per cose diverse. Rientrando da lavoro ad un orario insolito, la trovai piegata sui fornelli, mentre un tipo dietro di lei evidentemente le accendeva la fiamma. Corse via gridando vergüenza! vergüenza! Non l’ho mai più vista. 

Mandorle e melagrane 

Quando arriva questa stagione, penso alla nonna che sbucciava le melagrane, raccogliendo i semi rossi in un boccaccio solo per me. Stessa cosa faceva con le mandorle. “Cazzate” ad una ad una pazientemente, con una pietra nell’orto di casa e private della pelle. E poi la puccia, una focaccia sfornata fresca per la merenda del pomeriggio, che nel suo vecchio tegame poroso per l’usura, aveva il sapore di cose antiche. Era l’unica che di nascosto mi faceva bere il caffè, veleno a me proibito in quanto troppo eccitante per una bambina già di suo molto eccitabile. Infatti quando sono andata via di casa a 16 anni, lontano dal controllo dei miei, ho fatto overdose di caffè, non alcolici. La caffeina mi fece palpitare il cuore all’impazzata per oltre 12 ore.

Nonno la adorava, con il pudore e la ritrosia delle persone di una volta e pendeva dalle sue labbra. In vecchiaia passava spesso i pomeriggi a letto e quando li andavo a trovare, mi stendevo affianco a lui. Una volta gli dissi: “Nonno, vuoi venire di la con noi in salotto?”. E lui: “Va a dimanni alla nonna, m’agghia anzà o m’agghia sta curcatu?” ( Va’ a domandare alla nonna, mi devo alzare o devo rimanere coricato?)

Emanuele

Emanuele era un superstite della prima guerra mondiale ed il mio bisnonno. Durante la battaglia sul Monte Grappa, fu colpito da una granata lanciata dall’esercito austro-ungarico. Perse così un pezzo di osso cranico. Sagacemente diceva che questo aveva dato più respiro alle sue idee. Ferito e rimasto solo, discese tutta la montagna premuto sul fondoschiena e fu ricoverato per tanti mesi. A guerra finita, gli venne assegnata una casa nel palazzo dei Mutilati della sua città. Generò dieci figli con nonna Agnese, stipati tutti allegramente sotto lo stesso tetto. Ogni angolo della casa di notte si trasformava in un posto letto per accomodare ognuno. Negli anni si aggiunsero anche i nipotini, il cui babbo era emigrato in America in cerca di fortuna. I racconti di questa vita familiare stregavano la mia attenzione di bambina. I pasti scanditi da menù diversi ma fissi per ogni giorno della settimana. La prima porzione sempre servita al capo famiglia, ma il pezzo migliore ai più piccoli. I chili di paranza comprati a buon mercato dal pescatore per sfamare tutti, che davano tanto daffare in cucina alle donne della famiglia. Quando a volte nonna storceva il naso all’ennesima frittura da preparare, Emanuele incline alla collera se contraddetto, apriva impetuoso la finestra della cucina e lanciava giù tutto l’involucro del pesce. Lì sotto si radunavano i gatti del cortile, abituati alla scena che si ripeteva a settimane alterne! L’appuntamento serale con i vicini, riuniti attorno all’unica radio del condominio per l’ascolto dei romanzi narrati. L’involucro giallo e rasposo per alimenti riciclato come carta da bagno.

Il cruccio più grande di nonno era quello di non avere la pancia grossa, sinonimo di abbondanza e benessere a quei tempi.

Pare che durante un diverbio con un vicino, questi gli urlasse dietro nella tromba delle scale:

-Lei è uno sciattone!

Nonno rispose:

-Ma grazie, ma grazie!

Non si è mai saputo se non conoscesse il significato della parola o avesse invece dismesso l’insulto con del sarcasmo. Io credo un po’ tutte e due le cose, perché agli orrori della guerra, e degli uomini, nonno aveva imparato a sopravvivere con un pizzico di pungente e consapevole ignoranza.

20, 30, 40 

Ricevo un like da una blogger. Incuriosita do uno sguardo al suo blog unaragazza98.wordpress.com. Scopro che è una giovane donna di 17 anni, che immagino si sia imbattuta per caso in un blog di una quasi 40enne. Ho letto il suo post “Un 80 alla mia vita!” . Freschezza pura. La lista di ciò che rende la sua vita speciale è disarmante. Mi ha catapultata indietro negli anni. Quando credevo che le cose belle sarebbero continuate a venire per sempre, perché è così punto e basta. A 20 anni basta avere successo negli studi, raggiungere la laurea, per farti sentire onnipotente. A 30, ti innamori e d’incanto capisci il senso della tua vita e perché Dio ti ha fatto nascere.

Solo una decina di anni dopo, ti ritrovi con il cuore un po’ frantumato, un lavoro che è diventato un po’ monotono e non puoi nemmeno dirlo, perché in tempi di disoccupazione è peccato.

Napoleone

Mr H amava diversificare i suoi interessi. Intendo quelli economici. Se avesse potuto comprare la pietra filosofale, o una pietra qualsiasi , nelle sue mani avrebbe prodotto oro comunque. Un innato fiuto per la fortuna sfacciata. Gioco d’azzardo , corse dei cavalli e quel benedetto numero 29 alla roulette. Tra i vari colpi di fortuna che arrivarono, ci capito’ tra le mani la frusta di Indiana Jones ed una ciocca di capelli di Napoleone. Appurare la provenienza della prima fu un lavoro lungo e faticoso. Le referenze erano però di più facile reperibilità , perché il punto di partenza era Hollywood e la film industry.

Qualche dubbio avevamo invece circa la genuinità della ciocca di capelli del Bonaparte. La piccola teca in cui era contenuto il ciuffo, era accompagnata da uno scritto del 1840 di un generale tal dei tali, che ne accertava la vera provenienza. Interpellammo qualche storico e antiquario. Senza troppa convinzione noi stessi. Pensammo addirittura a quanto quel quadretto sarebbe stato bene appeso al muro, vicino ad altri quadri che avevamo in casa.

La frusta fu venduta all’asta da Christie’s, per una cifra 14 volte superiore a quella a cui l’avevamo comprata . L’urlo di giubilo, a martello battuto, fu il mio, che avevo assistito incredula alla escalation del prezzo. Il nuovo possessore, un signore russo.
Diversa la vendita dei capelli di Napoleone. Si trovò un acquirente disposto a pagare una buona somma e con un poco di riluttanza demmo via il quadretto.

Venimmo a scoprire, mesi dopo, che quei capelli erano davvero di Napoleone, nato in Corsica e morto a Sant’Elena. E furono successivamente rivenduti per una cifra che ci avrebbe estinto il mutuo. Provammo grande dispiacere , ma non era solo di natura venale. Avevamo pure noi riconosciuto troppo tardi il valore del generale.

Sbigottita mi guardavo la mano, in cui stringevo una ciocca di capelli che mi ero strappata.