Pecore e dintorni

In fondo le idee di Salvini non sono troppo diverse da quelle dei capi tribù africani.

Leggevo di un pastore del continente nero che fu scoperto mentre aveva rapporti sessuali con una pecora. Io credevo fossero solo i pastori sardi a indugiare in questa pratica, evidentemente mi sbagliavo.

L’uomo fu portato in giudizio di fronte ai capi tribù. Questi sentenziarono che di stupro si trattava e l’uomo venne condannato a sposare la pecora. Poiché la povera capretta non aveva il dono della parola, l’uomo perdeva il diritto a divorziare. Avrebbe dovuto aspettare la morte della consorte e rimanere vedovo prima di potersi risposare con una donna.

L’analogia con Salvini la lascio fare al lettore, perché ce n’è più di una e può portare a riflessioni interessanti.

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C’è zoccola e zoccola

La mia collega, una ragazza fine e perbene, stava ristrutturando la nuova casa. In genere era suo marito a occuparsi di trattare con muratori e manovalanza varia. Tutta gente del sud, lavoratori indefessi, allevati a orecchiette e dialetto locale. Si dovette scegliere i pavimenti un giorno, il tipo di fogatura e via dicendo.

Lucia, la mia collega, raggiunse in cantiere suo marito che stava parlando con il muratore. Discutevano sulla altezza della zoccolatura ai margini delle pareti.

Il povero operaio, credendo di sapere a quali allusioni potesse portare la parola zoccolatura (sia mai !) pensò bene di trovare un modo più educato per rivolgersi a Lucia e disse:

“Allora signo’, il pavimend lu facciam accussì ma ditemi, accome la vulete fatta la topolatura?“

Lady di ferro

È un fatto della vita che le donne siano più autoritarie degli uomini. Molte vengono definite prevaricatrici o addirittura tiranniche.

Alcune riescono nella difficile impresa di essere autorevoli, con garbo e nervi saldi.

Io sostengo pure che dipende molto dall’uomo che le giudica. Per esempio Sir Denis Thatcher, marito della famosa Margaret, alla domanda su chi a casa sua portasse i pantaloni, rispose:

“ Li porto io. E me li lavo e me li stiro pure !”

Il pensionamento di Dio

Era notte fonda quando iniziò l’apocalisse. La terra cominciò a girare forte, i cieli si aprirono, gli angeli cascavano giù, i venti sollevavano ogni cosa. Anche i più piccoli insetti erano travolti. Nessuno era risparmiato. Un turbinio di tutto, una grande centrifuga in cui erano mescolati carcerati e preti, puttane e suore, bambini e vecchi. Ognuno era sotto accusa, ognuno aveva commesso una colpa, anche i neonati erano macchiati del peccato originale.

Il mattino dopo, tutto si placò, nessuno ricordava chi fosse, da dove venisse, che cosa facesse o cosa gli appartenesse. Solo i santi lo sapevano e ogni santo tornò alla sua chiesa di pertinenza. San Pietro a Roma, San Francesco ad Assisi , Santo Antonio a Padova e via dicendo.

Regnò temperatura mite ovunque, da polo nord a polo sud. Non ci furono più malati, non c’erano più mestieri o professioni. Nessuna regola da dettare o da seguire, regnava il buon senso. Persino le mosche avevano capito che a loro spettava ronzare sui prati o sopra gli escrementi, senza infastidire altre creature viventi. Dio andò in pensione. La bontà era ovunque quindi non c’era più ragion d’esser per l’opposto del male, che era stato spazzato via. Ognuno credeva in sé e negli altri come parte di sé.

Si scoprì che le anime delle creature erano sempre state le stesse, da migliaia di secoli a questa parte. Si reincarnavano all’infinito, rinnovando senza fine il miracolo della vita e il suo entusiasmo. Ci si rincontrava a ogni turno, allacciando relazioni volta in volta diverse. Le anime originariamente facevano parte di un intero, che si spezzettò e diede loro origine. Pezzi di anime adiacenti rimanevano per sempre unite e vicine in ciascuna reincarnazione. Sparì così la paura della morte.

Fu buona cosa il pensionamento di Dio.

La passera di Figaro

Maestro Ciccio è il barbiere della città. Il suo salone è seminascosto in un vicolo cieco del centro storico. All’interno tre poltrone di pelle verde, datate 1915 e provenienti dalla Chicago di Al Capone. Come siano arrivate nell’entroterra dell’Italia meridionale è un mistero che Mestr’Cicc non vuole svelare. Diversi turisti gli hanno offerto cifre esorbitanti per acquistarle, ma lui, con mezza cicca spenta, a denti stretti, schiocca la lingua e risponde un secco “Noni”.

Su quelle poltrone Mestr’Cicc ha fatto il baffo a tutti.

Nel retrobottega c’è una tavola, con un nudo bulbo di lampadina appeso sopra. La vera maestria col rasoio Mestr’Cicc la dimostra qui, quando le vecchie comari, con il collo gonfio di finto contegno e desiderio, vi si sdraiano sopra. Pochi, sapienti colpi e via lu pilu dalle ascelle e dalla “natura”. Le persone semplici vivono con molta più naturalezza il godimento, il tradimento e la lussuria in genere. Il piacere si prende dove e come si può, senza preamboli o pudori.

Ma se c’è una cosa che il Maestro continua a non capire sono li femmini che si vogliono far tagghiari tutto lu pilu. L’amore è tanto più bello quando incolto.

Bella madre

La mamma è mamma, diceva mia nonna. Sua suocera era una donnina minuta con una grande gobba alla schiena. Un giorno, durante una scaramuccia con nonno, mia nonna gli disse che poteva andare a farsi benedire lui e quella sciummuta (gobbuta) di sua madre. Lo sdegno di nonno fu grande, non tanto per la benedizione, quanto per il fatto che sua madre fosse stata offesa in quel modo. Non ricordava affatto che la donna fosse sciummuta, anzi!

La mamma è mamma, diceva mia nonna.

Anni fa il mio ex rimprovero’ sua sorella quattordicenne per il cattivo odore delle ascelle. La ragazzina ci rimase malissimo e scoppiò in lacrime. Ricordo che lo rimproverai e gli dissi: “scusa, te la prendi tanto con tua sorella in piena pubertà e non ti accorgi delle ascelle cipollate di tua madre?”. La sua reazione nel sentire la mamma denigrata ve la lascio immaginare. Pensai che in effetti da bimbo, ammucciato nelle braccia della madre, era stato allattato al seno a latte e cipolle. Il primo ricordo dell’odore della mamma.

La mamma è mamma, diceva mia nonna. Ed aveva ragione.

Requiem e ricordi

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Si celebrava il funerale di Donna Mimina. Un funerale sentito, meridionale, a cui partecipava tutto il paese.

Nonostante si fosse abbandonata da un bel po’ la pratica delle chiangimorti (le prefiche) le comari del paese si sentivano in dovere di versare lacrime copiose e rumorose. In fin dei conti era morta la Farmacista, che con il prete, il medico ed il sindaco, rappresentava l’eccellenza a cui riverire. Nei due giorni precedenti, la morta era stata esposta dentro casa, secondo sue indicazioni. Era stato allestito il letto con il corredo migliore e Donna Mimina deposta su di esso con la camicia da notte più bella. Doveva sembrare come se dormisse e si potesse svegliare da un momento all’altro. Infatti la Farmacista aveva dato disposizioni non la si toccasse per due giorni e due notti. Temeva o auspicava in una sua finta dipartita.

I paesani sfilarono di fronte a Donna Mimina incessantemente.

-Matonna quantu sta bella!

-Veti veti sta proprio serena.

-Quiddu sorriso che tiene. Si vete proprio che si è liberata dallu dolore!

-Nà nà ma che colorito, bella fatta proprio sta, Recchiem eterna.

Il tutto in una profusione di segni della croce, carezze e baci sfiorati alla morta, come da migliore tradizione meridionale.

In un angolo appartato sedeva Titino, il figlio di Donna Mimina. Le donne lo guardavano con compassione.

“Cummà” fece una donna all’altra, “ti ricordi a quannu nacque Titino? Era scuru e gnoro come nu topolino”.

“Ca secondo te mi possu scurdari?” rispose l’altra impettita. “La buonanima di Donna Mimina a quannu lu vite alzò le braccia e disse: Oh Matonna dei Cieli, quanto è brutto, copritelo con lu lanzulo che pare nu zucculone”.