Lu viziu 

Nonna Evelina è la creatura più tenera del mondo. Racconta la sua vita con una ingenuità fanciullesca. Era stata adottata quando ancora in fasce perché nata da una relazione incestuosa tra due giovani cugini. Ancora ragazza si sposò con un maresciallo più grande di lei di molti anni. Un uomo tutto di un pezzo che la portò in giro per l’Italia nei vari trasferimenti. Quando Evelina rimase incinta per la prima volta, si trovava a Venezia. Aveva tanta voglia di riabbracciare sua madre che viveva dall’altra parte dell’Italia. Si sa che ai tempi della guerra e con la mentalità delle donne di prima e del Meridione, i viaggi non erano cosa facile. Evelina scrisse solo due righe a sua madre:”vieni presto, io sto morendo”

Arrivata alla stazione di Venezia, la vecchia donna trovo’ sua figlia incinta e florida ad aspettarla. Evelina si beccò uno schiaffo per la bugia detta, ma che importa, troppa era la felicità di poter riabbracciare sua madre.

Racconta questo ed altri aneddoti con una dolcezza disarmante. A quanto pare da ragazza usava spesso la parola cazzo. Inutile dire che non sapesse il reale significato della parola, credeva fosse un intercalare da utilizzare quando le cose le andavano storte. A suo marito, uomo dell’arma, la cosa piaceva poco, così Evelina ha raccontato alla nipote:

“Eh, figghia mea, tuo nonno non vulìa che dicessi quedda cosa, così mi levò lu viziu dellu cazzu”

Nonna Evelina, nonostante tutto, ha partorito 7 figli.

Buonanotte

L’amicizia era nata casualmente dopo una serata in compagnia. Erano seguiti pochi incontri nell’arco di tanti mesi. Era stato da poco lasciato e si sentiva ancora sotto schiaffo. La prima volta che ci vedemmo da soli, fu a casa mia per un caffè. Mi sembrò un incontro da agenzia matrimoniale, con tanto di presentazione: era molto coccolone, la compagna era il perno su cui far ruotare la sua vita, voleva una famiglia, amava condividere hobby e tempo e spazi. Insomma, una pera matura pronta per essere raccolta e messa a sciroppare. E per giunta sul divano di casa mia. Quando si dice che l’amore ti viene a bussare alla porta…

Col tempo il suo cuore infranto aveva ripreso a pulsare, ma era una sensazione che bisognava consolidare con pazienza. Ed io ne avevo a secchiate, giusto?

Mesi dopo, si organizzò un dopocena in terrazza da me. Voleva venire a darmi la buonanotte, testuali parole. A farci compagnia le stelle e la luna. Il bagliore delle candele di citronella (la scusa delle zanzare mi era servita a creare l’atmosfera senza scadere nei pateticismi rosa infiocchettati comuni a molte donne). La valle illuminata da luci distanti e tremule.

Quella notte sono andata a letto senza bacio, come tutte le notti precedenti e quelle successive.

Ai tempi miei, si indossavano jeans con cerniera a doppia mandata e pullover a girocollo per contenere le mani insolenti dei giovanotti. Oggi queste mani non sai neppure come rianimarle. E pensare che per non inibirlo mi ero sforzata tutta la serata di non dire cose intelligenti!

TutúmTutúm

Credo siano tante le donne ad aver provato un po’ di noia tra le lenzuola. Passata la novità, tutto quello sbattere (di farfalle nello stomaco) sorprende un po’ meno. C’è chi pensa alla relazione da finire per il lavoro. Al tradizionale bucato da stendere. O alla cena in forno e speriamo che nel frattempo non si bruci. C’è chi ammazza il tempo, fingendo un po’ di ardore per velocizzare i tempi. C’è chi si osserva la cellulite scossa e pensa al necessario ricovero in palestra. Insomma c’è di tutto. Ma l’oscar alla performance lo darei alla mia cara amica Dea. Abbracciata al suo Sasà, nella più classica delle missioni da talamo, si toglieva una pellicina dal dito indice. Al suo incredulo stupore per l’accaduto, ella rispondeva: ” Amore vuoi che mi sposti? Così le flessioni ti vengono meglio”.

Filosofia

Reincontro il mio vecchio professore Chiapretta di filosofia. Una capra di fatto. Un buon maestro rende la materia difficile di facile fruizione per tutti. Lui invece non è mai stato un pastore guida e ha brucato nel prato dell’ignoranza con noi giovani pecore. L’incontro è avvenuto casualmente in aeroporto. Il mio volo durato 10 ore ed io sveglia da 24. Candidamente mi ha osservato, si e’ girato verso sua moglie e ha detto:”Nevvero che ha la faccia lunga e grigiastra come quella dell’ingegnere Taldeitali?”

Con filosofia, ho pensato al fatto che sono sempre stata una donna che ha tenuto più ad avere un bel culo che una bella faccia. Zenone avrà pure sostenuto le virtù dell’autocontrollo, ma togliersi il dente a volte è una filosofia popolana più concreta. Ho quindi detto:”Prof scusi, ricordo male il suo cognome. È Capretta, Chiappetta o Schiappetta?”

Dare i numeri 

Gli inglesi dicono “be careful what you wish for”, che significa fare attenzione a cosa si desidera. Perché se poi si avvera…

Presa dalla mancanza della mia Inghilterra, dalla foga della brama e dalla fuga di maschi veri, ho espresso un desiderio. Di ritorno al mio eremo sulle colline, c’è una bella strada tortuosa, con le stazioni della Via Crucis. Sono colonne antiche, essendo questi luoghi di pellegrinaggio fin dal XII secolo.

Ho percorso questa strada svariate volte, ed ad ogni stazione si è levato come una preghiera il mio desiderio: Mandami un fidanzato inglese!

Qui serve una piccola digressione. La mia preferenza per l’uomo inglese nasce dal fatto che ne capisco meglio le dinamiche mentali. “He, the man” ti chiede un incontro a due. Se è andata bene, il passo successivo è l’uscita con i suoi amici. Se superi il test, c’è poi l’incontro con i suoi genitori. Di lì a poco segue la convivenza e dopo un anno la proposta di matrimonio. È una strada liscia, senza svincoli o incroci pericolosi.

L’uomo italiano invece ti frequenta per un tempo indefinito, ti manda i saluti della mamma per telefono, si fa preparare le lasagne la domenica e poi, dopo un anno o più, ti dice che non sa che vuole. E tu ti senti persa per strada, anzi ti rendi proprio conto che su quella strada tu non c’eri mai stata.

Quante possibilità ci potevano essere che il buon Cielo riuscisse a trovarmi un english boyfriend in territorio italiano? Insomma l’inglese mi ha trovata, mi ha pure invitata a cena. Non gli pareva vero di aver conosciuto una bella polpettina di 40 anni che ne dimostra 20… Peccato io non possa dire lo stesso dei suoi 50 (forse 60?) anni. L’incontro con i suoi genitori non ci sarà e non solo perché loro ormai non ci sono più!

Oggi ripercorrerò la Via Crucis con un numero in testa: l’età massima del mio futuro english man…ma sento che sono sulla giusta strada!

Baci e bacilli

Sandro era un maniaco della pulizia ed un goloso di dolciumi. Conosceva a memoria tutte le specie di microbi e bacilli esistenti. Non aveva mai bevuto dal bicchiere di sua madre o preso per errore la forchetta del fratello. Aveva un amore smisurato per i suoi nonni e passava molto tempo con loro. Un giorno a casa della nonna, poiché faceva freddo, aveva indossato la vestaglia da camera del nonno. Frugando nella tasca, aveva trovato tre nocciole. Belle, pulite e tonde tonde. In un lampo, le aveva messe in bocca ed ingurgitate.

Giorni dopo, andato a far visita ai nonni, aveva trovato suo nonno di fronte al camino. Era un tenero vecchietto senza denti, che non aveva mai voluto mettere la dentiera. Quel giorno era tutto intento a mangiare dei cioccolatini. Metteva il bacio perugina in bocca e piano lo lasciava sciogliere. Infine, garbatamente, si portava una mano alle labbra e tirava fuori una nocciola, bella, pulita e tonda tonda. E la conservava con le altre, nella tasca della veste da camera. 

Sandro corse in bagno a rimettere. 

Kitty

Ester mi ha raccontato che suo fratello Isaia aveva una gatta. Una bella bestia dal pelo lucido e nero. La gatta si chiamava Kitty. Abitavano in campagna, tra distese di ulivi ed agrumi, dove la terra ha il colore della ruggine. Un giorno Kitty fu investita da una automobile. Isaia accorse in strada stravolto. Tra i singhiozzi, chiamò la nonna ed iniziò ad urlare concitato:”Kitty è morta, KittyÈmorta! Kittèmorta”. Ora voi provate ad immaginare cosa capì la povera donna, meridionale ed un po’ sordastra, stordita dalla calura estiva.

Sono passati trent’anni, ma Ester racconta ancora questa storia con le lacrime agli occhi.