Bella madre

La mamma è mamma, diceva mia nonna. Sua suocera era una donnina minuta con una grande gobba alla schiena. Un giorno, durante una scaramuccia con nonno, mia nonna gli disse che poteva andare a farsi benedire lui e quella sciummuta (gobbuta) di sua madre. Lo sdegno di nonno fu grande, non tanto per la benedizione, quanto per il fatto che sua madre fosse stata offesa in quel modo. Non ricordava affatto che la donna fosse sciummuta, anzi!

La mamma è mamma, diceva mia nonna.

Anni fa il mio ex rimprovero’ sua sorella quattordicenne per il cattivo odore delle ascelle. La ragazzina ci rimase malissimo e scoppiò in lacrime. Ricordo che lo rimproverai e gli dissi: “scusa, te la prendi tanto con tua sorella in piena pubertà e non ti accorgi delle ascelle cipollate di tua madre?”. La sua reazione nel sentire la mamma denigrata ve la lascio immaginare. Pensai che in effetti da bimbo, ammucciato nelle braccia della madre, era stato allattato al seno a latte e cipolle. Il primo ricordo dell’odore della mamma.

La mamma è mamma, diceva mia nonna. Ed aveva ragione.

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Un sogno di storia

Ripubblico un post di Walter Carrettoni, una storia che fa volare alte le emozioni.

“Voglio mettere subito le cose in chiaro.
Sono morto. E da un bel pezzo anche.
Ne parlo così, con leggerezza, appunto perché la cosa non mi pesa…”

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lestoriediwalter.wordpress.com/2018/03/09/sogni-doro/

Oh mamma

Ho rovinato un bellissimo maglione nuovo. L’ho lavato seguendo le istruzioni della mia testa e non quelle della etichetta, che ovviamente avevo tagliato e gettato via. Mia madre mi aveva detto e ripetuto tante volte di usare il sapone specifico, bacinella adatta, temperatura giusta etc etc… Ma io ho ignorato. Risultato, il maglione si è così ridotto che può indossarlo un bebè.

Ora chi glielo dice a mamma! Già immagino la faccia alla teloavevodetto. Forse lo ricompro uguale, spendo un altro botto e così non se ne accorge nessuno.

Ma un momento! Ma quanti anni ho io? Ho ancora paura dei commenti di Mammà? Si, lo confesso. È inutile, si rimane figli a vita, pure se sei andato via di casa a 15 anni per esplorare il mondo da solo.

Ricordo mia nonna novantenne al telefono con mio padre sessantenne stagionato.

-Mamma, prendo le ferie e parto per un viaggio.

-Ihhhh, Pinuccio, e perché a mamma? Tutto questo spreco! Rimani a lavoro e sparagna quei soldi.

Mio padre puntualmente chiudeva la telefonata arrabbiato e col muso, come un bambino che non aveva avuto l’approvazione della mamma.

L’amore ai tempi della pezza

In alcune parti del Meridione l’organo riproduttivo maschile viene chiamato pizza. Questa informazione è necessaria per capire quanto successe nei primi anni del ‘900 in un paese del sud. Si racconta di una giovane ragazza che stava poco bene da tempo. Sua madre la portò dal medico condotto che era originario del Veneto. Questi disse che la giovane era incinta. Enorme fu lo stupore della madre, convinta come era della illibatezza di sua figlia. La donna non si dava pace su come ciò fosse potuto accadere. Suggerì al dottore che la colpa fosse stata della pezzuola, usata da tutti in famiglia, inclusi gli uomini, per pulirsi dopo il gabinetto. La pezza appunto. Il dottore spazientito le rispose in dialetto veneto: “Orcocàn Sióra, chi nò è question de pèza, è question de pizza!”.

Baci e bacilli

Sandro era un maniaco della pulizia ed un goloso di dolciumi. Conosceva a memoria tutte le specie di microbi e bacilli esistenti. Non aveva mai bevuto dal bicchiere di sua madre o preso per errore la forchetta del fratello. Aveva un amore smisurato per i suoi nonni e passava molto tempo con loro. Un giorno a casa della nonna, poiché faceva freddo, aveva indossato la vestaglia da camera del nonno. Frugando nella tasca, aveva trovato tre nocciole. Belle, pulite e tonde tonde. In un lampo, le aveva messe in bocca ed ingurgitate.

Giorni dopo, andato a far visita ai nonni, aveva trovato suo nonno di fronte al camino. Era un tenero vecchietto senza denti, che non aveva mai voluto mettere la dentiera. Quel giorno era tutto intento a mangiare dei cioccolatini. Metteva il bacio perugina in bocca e piano lo lasciava sciogliere. Infine, garbatamente, si portava una mano alle labbra e tirava fuori una nocciola, bella, pulita e tonda tonda. E la conservava con le altre, nella tasca della veste da camera. 

Sandro corse in bagno a rimettere. 

Emanuele

Emanuele era un superstite della prima guerra mondiale ed il mio bisnonno. Durante la battaglia sul Monte Grappa, fu colpito da una granata lanciata dall’esercito austro-ungarico. Perse così un pezzo di osso cranico. Sagacemente diceva che questo aveva dato più respiro alle sue idee. Ferito e rimasto solo, discese tutta la montagna premuto sul fondoschiena e fu ricoverato per tanti mesi. A guerra finita, gli venne assegnata una casa nel palazzo dei Mutilati della sua città. Generò dieci figli con nonna Agnese, stipati tutti allegramente sotto lo stesso tetto. Ogni angolo della casa di notte si trasformava in un posto letto per accomodare ognuno. Negli anni si aggiunsero anche i nipotini, il cui babbo era emigrato in America in cerca di fortuna. I racconti di questa vita familiare stregavano la mia attenzione di bambina. I pasti scanditi da menù diversi ma fissi per ogni giorno della settimana. La prima porzione sempre servita al capo famiglia, ma il pezzo migliore ai più piccoli. I chili di paranza comprati a buon mercato dal pescatore per sfamare tutti, che davano tanto daffare in cucina alle donne della famiglia. Quando a volte nonna storceva il naso all’ennesima frittura da preparare, Emanuele incline alla collera se contraddetto, apriva impetuoso la finestra della cucina e lanciava giù tutto l’involucro del pesce. Lì sotto si radunavano i gatti del cortile, abituati alla scena che si ripeteva a settimane alterne! L’appuntamento serale con i vicini, riuniti attorno all’unica radio del condominio per l’ascolto dei romanzi narrati. L’involucro giallo e rasposo per alimenti riciclato come carta da bagno.

Il cruccio più grande di nonno era quello di non avere la pancia grossa, sinonimo di abbondanza e benessere a quei tempi.

Pare che durante un diverbio con un vicino, questi gli urlasse dietro nella tromba delle scale:

-Lei è uno sciattone!

Nonno rispose:

-Ma grazie, ma grazie!

Non si è mai saputo se non conoscesse il significato della parola o avesse invece dismesso l’insulto con del sarcasmo. Io credo un po’ tutte e due le cose, perché agli orrori della guerra, e degli uomini, nonno aveva imparato a sopravvivere con un pizzico di pungente e consapevole ignoranza.

Nostro nipote

Caro Leo, tra qualche settimana verrai alla luce! Ci vogliono ancora due mesi in realtà, ma l’emozione fa accelerare i tempi. Ti stiamo aspettando con ansia da tanto. Avrai una mamma speciale, che sta affrontando sacrifici che avrebbero mandato in tilt molte donne. Dalla sua bocca mai un lamento, solo sorrisi invece. Tuo padre è l’esempio della premura di poche parole, ma, imparerai caro Leo, che sono solo i fatti a parlare. Le tue pazze “zie” siamo Katy ed io. Ti vizieremo e terremo a bada le ansie di mamma.
Ricordati che i genitori per troppo amore hanno spesso il dono della onniscienza. Significa che loro prima di te, penseranno di sapere quali sono le scelte giuste o sbagliate. Quelle di cui sarai orgoglioso e quelle di cui ti pentirai.
Ti dico una cosa nell’orecchio. L’unica esperienza che ti servirà, sarà la tua propria. Solo quella ti darà la saggezza acquisita sul campo. E sai quando avrà da insegnarti di più? Quando avrai sbagliato, quando vorrai tornare indietro e non potrai. E quando imparerai a non farti fregare da questo rimorso o quel rimpianto. Ed andrai comunque avanti. 
Ti aspettiamo!
Baci grandi, la zia.