Sputo, scopino e pennello

La mia esperienza con le signore di servizio ha avuto fortune alterne.Quando avevo circa 2 anni, in casa ci aiutava Erminia. Il suo compito era badare a me e rassettare la casa quando mamma non c’era. In quel periodo si dovette fare dei lavori di intonaco, così si chiamò Giovanni il pittore. I due, con me piccina, passavano la mattinata da soli in casa. Tempo dopo, a gesti e suoni gutturali, feci capire a mamma che Erminia “tirava” la barba di Giovanni e a lui ridendo scappava di mano il “pennello”… Cuore di mamma licenzio’ entrambi in tronco e mi iscrisse all’asilo.

Diversi anni dopo, durante il mio soggiorno a Firenze, fu la volta di Viorika. Trovai il suo annuncio sul giornale locale. Mai vista prima e pagata a nero, iniziò a lavorare per me e per il mio compagno di allora, un ufficiale ligio alle regole che odiava l’evasione fiscale. Fissato con la sua uniforme, desiderava le camicie stirate a puntino, spalline per i tubolari e taschini lisciati a perfezione. Un giorno incredulo mi chiamò al lavoro per dirmi l’accaduto. Era rientrato a casa prima del previsto per un fuggifuggi al bagno. Nemmeno la potenza della diarrea e i calzoni abbassati poterono impedirgli di fermarsi a vedere la scena. Viorika era li che stirava le pregiate camicie e per inumidirle si aiutava con un bicchiere d’acqua che beveva e a mo’ di spruzzino sputava sulla stoffa. Diceva che era usanza di Romania e tuuutte donne fare così. 

A Londra non andò meglio. Si alternarono Giusele e Rocio, entrambe brasileiras. 

La prima mi dette un colpo al cuore quando la trovai a lavare lo scopino del wc nel lavandino dei piatti.

Rocio invece utilizzava la cucina per cose diverse. Rientrando da lavoro ad un orario insolito, la trovai piegata sui fornelli, mentre un tipo dietro di lei evidentemente le accendeva la fiamma. Corse via gridando vergüenza! vergüenza! Non l’ho mai più vista. 

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Mandorle e melagrane 

Quando arriva questa stagione, penso alla nonna che sbucciava le melagrane, raccogliendo i semi rossi in un boccaccio solo per me. Stessa cosa faceva con le mandorle. “Cazzate” ad una ad una pazientemente, con una pietra nell’orto di casa e private della pelle. E poi la puccia, una focaccia sfornata fresca per la merenda del pomeriggio, che nel suo vecchio tegame poroso per l’usura, aveva il sapore di cose antiche. Era l’unica che di nascosto mi faceva bere il caffè, veleno a me proibito in quanto troppo eccitante per una bambina già di suo molto eccitabile. Infatti quando sono andata via di casa a 16 anni, lontano dal controllo dei miei, ho fatto overdose di caffè, non alcolici. La caffeina mi fece palpitare il cuore all’impazzata per oltre 12 ore.

Nonno la adorava, con il pudore e la ritrosia delle persone di una volta e pendeva dalle sue labbra. In vecchiaia passava spesso i pomeriggi a letto e quando li andavo a trovare, mi stendevo affianco a lui. Una volta gli dissi: “Nonno, vuoi venire di la con noi in salotto?”. E lui: “Va a dimanni alla nonna, m’agghia anzà o m’agghia sta curcatu?” ( Va’ a domandare alla nonna, mi devo alzare o devo rimanere coricato?)